Cronistoria della concessione mineraria in Val di Farma, ovvero di come la sinistra può ereditare un ambiente incontaminato e distruggerlo

 

 

La scandalosa vicenda della cava di caolino a Roccastrada, tornata alla ribalta in questi giorni sulla cronaca locale, viene in realtà da molto lontano, ovvero dalla seconda metà della legislatura guidata dal Sindaco Olinto Bartalucci (1995-1999), allorquando l’Amministrazione Comunale, contraddicendo precedenti indugi, accettò di permettere su vasta scala l’attività estrattiva del caolino all’interno della pur pregiatissima area naturale della Val di Farma, nei pressi della piccolissima frazione di Piloni.

 

Il progetto del centrosinistra per la Val di Farma. L’idea del Sindaco diessino Bartalucci e del Vice-Sindaco socialista Canzio Papini era piuttosto articolata: essi intendevano infatti barattare la concessione mineraria con un investimento progressivo di circa 15 miliardi, sul territorio della Val di Farma, da essere effettuato dalla impresa convenzionata con il Comune, ovvero la CAOLINO D’ITALIA s.r.l. facente parte del GRUPPO BITOSSI a sua volta dipendente dalla Società COLOROBBIA. Infatti, il Sindaco Bartalucci lamentava il mancato sviluppo dell’industria turistica nel nostro territorio: se da una parte a Roccastrada venivano (e continuano a venire) migliaia di ricchi turisti dal Nord, dall’altra non vi era alcuna struttura ricettiva in grado di soddisfare a pieno le enormi potenzialità dell’intera area, mentre vi erano tutta una serie di piccoli agriturismi (17 se ricordiamo bene) che però si rivolgevano comunque ad un tipo di turista ben diverso da quello che abitualmente opta per strutture alberghiere e villaggi; inoltre gli agriturismi sono notoriamente a conduzione familiare, mentre una più ampia struttura sarebbe stata in grado di soddisfare le domande di lavoro di decine di giovani roccastradini altrimenti costretti ad emigrare altrove. Gli accordi della arcinota Convenzione tra Comune e BITOSSI prevedevano dunque l’attività estrattiva per un periodo ventennale, cui però sarebbe corrisposto un chiaro impegno da parte della Caolino d’Italia s.r.l., che avrebbe dovuto progressivamente investire parte degli utili e devolverli SIA al ripristino ambientale SIA alla creazione di una vasta struttura ricettiva che andasse ben oltre l’attuale Hotel Sant’Uberto e comprendesse, tra le altre cose, una PISCINA riscaldata, due campi da tennis ed un laghetto per la pesca sportiva. L’investimento prevedeva inoltre la creazione di circa 40 nuovi posti di lavoro all’interno della struttura, e precisamente 32 nuove assunzioni entro il 2000 (che sarebbero diventate 38 entro il 2002); il ripristino ambientale sarebbe stato effettuato verosimilmente a partire dal 2006 (!), ma la creazione di tantissimi posti di lavoro (Piloni non fa neanche 100 abitanti!) avrebbe certamente compensato la popolazione per i tanti disagi relativi alla presenza della cava che, è bene ripeterlo sempre, avrebbe comunque terminato le estrazioni dopo 20 anni lasciando in eredità alla Val di Farma un ambiente ripristinato ed una MINIERA DI POSTI DI LAVORO. Olinto Bartalucci pretese dall’impresa una garanzia ben precisa a tutela dei forti interessi del Comune: una fideiussione di 2 miliardi di Lire, valida fino al 2000, che il Sindaco avrebbe potuto far valere in qualunque momento nei confronti delle inadempienze eventuali della Società. La Società cominciò immediatamente ad investire nell’Hotel Sant’Uberto, ma gli accordi per l’attività estrattiva sarebbero stati validi, per quanto espresso esplicitamente in una celebre nota della Conferenza dei Servizi del 1999, soltanto a partire dal momento in cui l’Amministrazione Comunale avesse provveduto a varare lo STRUMENTO URBANISTICO: così Olinto Bartalucci tutelò sé stesso e lasciò in eredità al successore Marras l’intera questione, giacché il varo dello strumento suddetto sarebbe avvenuto ad inizio legislatura con il nuovo Sindaco.

 

Critiche all’operato del centrosinistra alla guida di Olinto Bartalucci. Bisogna riconoscere che l’impegno di creare sviluppo, lavoro e ricchezza a Roccastrada è stato senza dubbio lodevole, seppur sia emerso e si sia sviluppato in un contesto DIRIGISTA; tuttavia l’intenzione di BARATTARE una concessione mineraria con investimenti pianificati in altri settori è quanto mai controversa, se specialmente si pensa che l’area in questione (la Val di Farma) è una delle zone più belle ed incontaminate dell’intera Toscana. Non siamo affatto convinti, come accennato, della necessità del DIRIGISMO pubblico quale pianificatore e controllore unico dello sviluppo economico e degli investimenti sul territorio: è sin troppo evidente, inoltre, che qualsiasi forma di DIRIGISMO ha bisogno di DIRIGENTI e che questi dirigenti sono ciò che è sempre mancato nelle pur interminabili fila dei politicanti di Roccastrada. È chiaro che tale impronta dirigista presupponeva un costante controllo e monitoraggio delle attività estrattive e degli investimenti nella struttura alberghiera; siffatti controlli e monitoraggi dovevano esser messi in atto dal nuovo Sindaco Leonardo Marras, da cui la ovvia critica sull’improponibilità di un SISTEMA DIRIGISTA SENZA DIRIGENTI.

 

L’unità di intenti del centrosinistra. Il Sindaco Olinto Bartalucci ha operato all’interno di un indiscusso consenso da parte dei partiti che lo sostenevano (DS, Margherita e SDI) ed ha sempre goduto del pieno appoggio della maggioranza in Consiglio Comunale, il cui Capogruppo era, come giustamente è stato più volte evidenziato, l’attuale Sindaco Leonardo Marras. È importante ribadire il concetto dell’unità di intenti della coalizione, poiché talune dietrologie, particolarmente ispirate dall’attuale Sindaco Marras, vorrebbero lasciar intendere che il disastro attuale sia stato la conseguenza degli errori di un solo uomo, ovvero dell’ex Sindaco Bartalucci. Niente di più falso ed ipocrita. Tra il 1995 ed il 1999, tuttavia, il Partito della Rifondazione Comunista si è mantenuto all’opposizione, salvo poi rientrare in maggioranza ed ottenere l’Assessorato al Bilancio nella nuova Giunta guidata da Marras, votando successivamente quello strumento urbanistico che avrebbe reso possibile l’avverarsi dei progetti sulla Val di Farma così come essi erano stati delineati nel corso della precedente legislatura, assumendosi pertanto la propria parte di responsabilità politica su quanto sarebbe accaduto.

 

Il sonno di Marras. Eletto nel Giugno 1999 per una manciata di voti in più del candidato dell’opposizione Roberto Pericci, il Sindaco diessino Leonardo Marras, dopo aver informato (SOLTANTO INFORMATO!) il Consiglio Comunale, in data 11 Luglio 1999, degli avvenuti accordi con la Società Caolino d’Italia s.r.l., cadde in un sonno profondo che evidentemente gli impedì di rendersi conto del mancato mantenimento degli impegni da parte di una Società che, al termine del 2000, non aveva realizzato al Sant’Uberto la PISCINA, esplicitamente prevista come investimento obbligato nel primo biennio, né aveva creato i posti di lavoro pianificati a suo tempo. Il Sindaco che, come detto, STAVA DORMENDO pacificamente, dimenticò evidentemente l’esistenza di una fideiussione da 2 miliardi e non la fece valere, evitando anche di obbligare la Società a rinnovarla prima della scadenza, con la conseguenza di sbilanciare nettamente a favore della Caolino d’Italia s.r.l. i rapporti di forza in essere tra essa ed il Comune, con conseguenze ancora tangibili al giorno d’oggi (successivamente, nel corso del dibattito consiliare del 5 Agosto 2003, Marras avrebbe detto che in realtà la Società aveva investito per una cifra superiore ai 2 miliardi, impedendogli così di far valere quella fideiussione come da più parti segnalato).

 

I proclami dei DS sullo sviluppo sostenibile in Val di Farma. Mentre il Sindaco nicchiava beatamente, il segretario locale dei DS, Gilberto Nelli, rilasciava alla stampa interessanti dichiarazioni, riportate da “Il Tirreno” e da “TuttaFinanza”, sulle quali è il caso di aprire una parentesi. Citiamo testualmente l’articolo apparso su “TuttaFinanza” in data 12 Ottobre 2000, laddove Gilberto Nelli affermò che “[…] la politica dei Democratici di Sinistra deve essere improntata a promuovere uno sviluppo sostenibile del territorio; si tratta in definitiva di mostrarsi pronti a cogliere tutte le opportunità di lavoro a patto che queste non si ripercuotano negativamente sulle possibilità future di ulteriore sviluppo. [….] Abbiamo zone con un ambiente tra i più belli ed incontaminati della Toscana; sta a noi permettere che le generazioni presenti e future possano godere di quella che oggi è diventata una importante ricchezza, da sfruttare per creare nuova occupazione”. Poi la chicca di Nelli: il ringraziamento alla Società Caolino d’Italia s.r.l., alla quale “bisogna riconoscere la sensibilità di avere investito anche nello sviluppo dell’adiacente struttura alberghiera” (!?), come se l’investimento fosse stato un FAVORE fatto alla Comunità piuttosto che un preciso obbligo contrattuale. Ma Gilberto Nelli si esaltò e galvanizzò il giornalista con altre dichiarazioni storiche: “[…] Bisogna CONTINUARE {lo stampatello è mio} a vigilare sulle attività estrattive, visto che poche unità lavorative possono creare un forte impatto ambientale; e poi prevedere e rispettare adeguati piani di ripristino, che evitino il più possibile di modificare caratteristiche ambientali e condizioni microclimatiche”. Nelli concluse affermando la necessità di un ulteriore incontro sia con la Società che con il suo Sindaco, il quale si svegliò appena il tempo di far scrivere su “Il Tirreno”, in data 7 Dicembre 2000, che “[…] è necessario rafforzare la funzione di controllo del comune sul proprio territorio e dare il via al ripristino ambientale delle cave e ad altre azioni compensative per l’ambiente”, dopodichè se ne tornò a dormire beatamente.

 

Il Vice-Sindaco e la fantascientifica storia delle acque minerali. Chi non dormì affatto fu, invece, l’estroverso Michele Berti, Vice-Sindaco (riconfermato nel 2004) democristiano in forza al PPI e con la volontà di farsi notare dal grande pubblico e anche dal suo Sindaco. Occorre fare una parentesi sull’exploit di Berti, poiché egli è stato chiaramente il simbolo dell’inettitudine del Palazzo, anche se  le sue clamorose gaffe non gli si sono mai ritorte contro. Infatti, mentre la Caolino d’Italia s.r.l. non attuava gli interventi previsti dalla Convenzione e tuttavia procedeva nell’attività estrattiva, verosimilmente già contaminando drammaticamente l’ambiente della Val di Farma, ecco il nostro EROICO Michele Berti che lancia al grande pubblico il suo PROGETTO “ACQUA MINERALE”. È proprio così: i torrenti della Val di Farma, oggi conosciuti per essere stati “violentati” da una insana ed ingiuriosa contaminazione, erano destinati, nei grandiosi progetti del Vice-Sindaco, a fornire alla costituenda Società “Acqua Minerale Belagaio” ben 15 milioni di litri di acqua minerale da immettere annualmente sul mercato. Vediamo nel dettaglio che cosa Michele Berti fece scrivere a “Il Tirreno” nel lontano 11 Ottobre 2000, partendo proprio dalla sua descrizione del progetto: “[…] Si tratta di un’iniziativa ambientale e imprenditoriale che garantendo l’attuale fabbisogno idrico di Torniella e Piloni, intende recuperare l’acqua in esubero dalle sorgenti di Rigualdo e successivamente da quelle di Mont’Alto e Sassoforte”. L’acqua della Val di Farma, tutt’altro che contaminata o contaminabile, avrebbe dovuto poi essere destinata “[…] all’imbottigliamento e alla vendita come acqua minerale diuretica e oligominerale”. Non è ironia: ACQUA MINERALE DIURETICA E OLIGOMINERALE (!) è stato detto e scritto veramente.

 

Chissà quale effetto DIURETICO avrebbe avuto quell’acqua nelle tavole degli italiani!!!

 

Ma Michele Berti insisteva nel suo progetto, spingendosi anche in estrosi tecnicismi relativi alle acque del Rigualdo che, secondo analisi approfondite, “[…] hanno una durezza di 1,4 gradi francesi, un valore estremamente ridotto ai 12 gradi francesi dichiarati dall’acqua del Fiora”. Berti aggiunse poi che tutto ciò costituiva, per il momento, “[…] soprattutto una buona idea, ma deve mettere le gambe”, ovvero necessitava di uno sponsor ; infatti seguì la precisazione che era auspicabile il coinvolgimento di un soggetto imprenditoriale, con il quale “[…] l’amministrazione comunale che è proprietaria delle sorgenti è disposta a trovare un’intesa.” Come si vede, il Berti era veramente convinto e, non accorgendosi di correre il rischio di essere ricordato per simili sfondoni, si apprestò a replicare simili dichiarazioni, che furono successivamente amplificate da “Il Tirreno”, specialmente nell’ampio articolo del 18 Ottobre in cui l’acqua delle sorgenti roccastradine era addirittura definita “purissima” (!).

 

Ripopolamento ittico del Farma. Oltre al progetto “Acqua Minerale Belagaio”, al Vice-Sindaco stava particolarmente a cuore l’idea di una immissione di trote nel torrente Bardellone, creando così un serbatoio per l’irradiamento ittico in Val di Farma ed i presupposti per il lancio della attività della pesca sportiva. Il tutto, RIPETIAMOLO ANCORA, mentre quelle acque erano già in procinto di essere irrimediabilmente CONTAMINATE, alla COLPEVOLE INSAPUTA DI MARRAS E COMPAGNI.

 

Valutazione di Impatto Ambientale (V.I.A.). Se c’è stata una parola che, nel corso di questi ultimi tre anni e mezzo, ha destato le speranze e gli interessi di tutta la popolazione e di tutta la comunità politica, questa parola è stata V.I.A.. Tutti, ma proprio tutti, concordavano e concordano sulla necessità di una V.I.A. sull’intera area interessata dalla cava. Ma perché la V.I.A. non è stata a suo tempo redatta? Perché è rimasta soltanto una parola e non è diventata una realtà concreta già nel 1999? Questa domanda, apparentemente innocua, è invece FONDAMENTALE poiché nasconde tutta l’inettitudine e gran parte delle responsabilità del Sindaco Marras.

 

Strane coincidenze. Il 22 Novembre 1999 il Corpo delle Miniere rilasciava il decreto di concessione alla Caolino d’Italia s.r.l.. Questa data è assurda ma non casuale, se si pensa che il giorno dopo, ovvero il 23 Novembre 1999, entrava in vigore, dopo un anno di deroga, la legge regionale che rendeva obbligatoria la Valutazione d’Impatto Ambientale per simili interventi. L’entrata in vigore della legge regionale era ampiamente nota e, pertanto, le Autorità ebbero la premura di fare in modo da EVITARLA. Ma non finisce qui: alla data del 22 Novembre 1999, il Piano Strutturale del Comune di Roccastrada non era esecutivo e, ad esplicita nota di delucidazione in merito da parte del Corpo delle Miniere in cui si affermava che senza l’esecutività del Piano Strutturale non si poteva emettere il decreto, una nota a firma del Sindaco rispondeva affermando che le riserve riguardanti la Conferenza dei Servizi sono da ritenersi favorevolmente superate. Se poi si vuole essere proprio pignoli, la valutazione d’impatto ambientale, elusa tempestivamente dal Comune di Roccastrada grazie a questo “giochetto”, è stata messa in procedura dalla Provincia per l’apertura della nuova strada della miniera, ad implicita conferma  della necessità di questo passaggio per opere relative a quel contesto. In sintesi, la Val di Farma è stata sconvolta e contaminata GRAZIE A QUESTO GIOCHETTO DI BASSA LEGA, ORCHESTRATO DAL SINDACO MARRAS ALLO SCOPO DI EVITARE LA VALUTAZIONE DI IMPATTO AMBIENTALE.

 

Le prima forte denuncia. Bisognò attendere ancora per lungo tempo per poter finalmente assistere ad una prima clamorosa denuncia delle cave; contrariamente alle migliori aspettative, tale forte denuncia non venne dal mondo politico, bensì dalla associazione “Archeoclub”, che trovò ampio riscontro nell’articolo apparso sul “Corriere di Maremma” in data 8 Maggio 2002, laddove l’attività della Caolino s.r.l. era additata come reale minaccia della probabile distruzione di ben 130 ettari di bosco: “[…] uno scempio […] praticato in un luogo in buona parte ancora incontaminato. Il finanziatore interessato a riaprire il complesso minerario […] non sembra volersi esprimere in merito a garanzie di ripristino del territorio […]”. Nel finale dell’articolo, il giornalista Stefano Salvadori esprimeva curiosità, alludendo al fatto che  “[…] adesso si tratta di vedere come reagirà la popolazione del territorio, cosa realmente faranno l’amministrazione comunale, le associazioni e i partiti politici […]”, poiché tale vibrante denuncia dell’Archeoclub era rimasta sino ad allora un caso isolato.

 

I dubbi di Rifondazione Comunista. Il Partito di estrema sinistra, all’opposizione durante il mandato di Olinto Bartalucci, è invece stato la stampella sulla quale si è tenuto in piedi il Sindaco Marras dal 1999 in poi. Ovviamente, pur con tutti i distinguo del caso, il Partito ha avallato la politica di Marras nel suo insieme. Eppure fu proprio Giuseppe Iuliano, all’epoca Coordinatore di Rifondazione Comunista, colui il quale per primo denunciò la superficialità con la quale erano state prese simili decisioni sulla Val di Farma; egli parlò, inoltre, di “curiose coincidenze burocratiche”, sollevando nei confronti del Sindaco le stesse identiche questioni relative all’assurdo TIMING delle decisioni sulla concessione mineraria, così come già ampiamente riportato nel corso di questa relazione. Lo scopo di Iuliano, però, era essenzialmente quello di convincere (TARDIVAMENTE) il Sindaco sulla necessità di addivenire ad una V.I.A.; da parte di Rifondazione Comunista non c’era infatti alcuna intenzione di aprire una crisi di maggioranza o di intraprendere una sorta di processo pubblico contro la sconvolgente incapacità di Leonardo Marras.

 

Leonardo Marras “sposa” le tesi di Rifondazione Comunista. Il Sindaco Marras, il quale a quel tempo era debolissimo ed aveva già perso per strada due consiglieri eletti nel centrosinistra ma, al pari di Olinto Bartalucci, dissidenti nei confronti del nuovo corso politico, non osò contraddire il potente alleato (Rifondazione a Roccastrada supera il 10%) e, seppur dribblando abilmente le pesanti allusioni dei comunisti sulle “curiose coincidenze burocratiche”, si disse favorevole ad una valutazione di impatto ambientale, proponendo altresì che suddetta valutazione di impatto ambientale fosse “[…] affidata ad un soggetto sopra le parti, come per esempio l’Università.” Rifondazione Comunista non perse occasione per dichiarare pubblicamente la propria soddisfazione circa questo nuovo atteggiamento assunto dall’Amministrazione Comunale e non tornò più sull’argomento; il mal di pancia della Sinistra, come per miracolo, lasciò il posto alla consueta tranquillità ed il Sindaco Marras poté ricominciare la propria cura del sonno.

 

L’ombra del disastro. Un giorno, nel Luglio 2003, un gruppo di visitatori dell’incantevole Val di Farma si imbatté in uno strano ed irriconoscibile torrente dalla acque torbide: stando alla precisa ricostruzione del “Corriere di Maremma” datata 18 Luglio, “[…] un torrente noto da sempre per le sue acque limpide e cristalline diventato d’improvviso una sorta di grande pozzanghera”. Si trattava del torrente Farma e, stavolta, il Sindaco sollecitò i tecnici del Comune e la Polizia Municipale ad accertare quali fossero le effettive condizioni del fiumiciattolo. Il disastro ambientale cominciava a prendere timidamente forma ed a presentarsi agli occhi dell’incredula cittadinanza.

 

Le prime reazioni del centrosinistra. La coalizione di centrosinistra affidò ad un comunicato le proprie immediate reazioni, partendo dalla constatazione che “[…] si è in presenza di uno sversamento di caolino, proveniente dalla miniera a cielo aperto di Piloni, nel letto del torrente Rigualdo prima e quindi di conseguenza nello stesso Farma, dove il Rigualdo va ad immettersi.” Il centrosinistra non nascose, a quel punto, di nutrire forti preoccupazioni sullo stato di salute dell’intero ecosistema e dichiarò l’intenzione di “[…] porre all’attenzione dell’Amministrazione Comunale la necessità di rivedere l’accordo siglato nel passato mandato amministrativo nel quale si accedeva alla apertura della miniera in cambio di un investimento importante nella limitrofa struttura alberghiera.” La necessità di rivedere gli accordi impose una riflessione sullo stato attuale di attuazione dei termini della Convenzione con la Società Caolino d’Italia s.r.l., ma la coalizione di maggioranza si guardò bene da autocritiche, limitandosi piuttosto a sottolineare come “[…] quell’investimento, seppur avviato, non si è dispiegato in tutte le sue potenzialità, mentre l’attività mineraria ha preso un notevole e visibile sviluppo.” Se appariva sin da allora molto debole la posizione del Sindaco Marras, colpevole di non aver imposto il dispiegarsi di quell’investimento in tutte le sue potenzialità, altrettanto deboli ed oltretutto contraddittorie erano le successive affermazione della maggioranza, volta a denunciare il fatto che “[…] i lavori di escavazione sono ripartiti senza una valutazione ambientale che desse ampie garanzie della tenuta del contesto ambientale di pregio che la circonda.” Evidentemente tutte le forze politiche, Rifondazione compresa, dimenticarono che la valutazione di impatto ambientale era stata elusa proprio grazie ad un espediente di bassa lega, ovvero grazie, per citare fino alla nausea la documentata denuncia di Giuseppe Iuliano, a “curiose coincidenze burocratiche”. La sinistra fece quadrato intorno al proprio Sindaco e, soprassedendo su tali e tanti interrogativi riguardanti l’INETTITUDINE DI MARRAS, volle concentrarsi nella dichiarazione d’intenti secondo cui “[…] non si può andare oltre senza che ci siano queste garanzie di tutela e un monitoraggio tecnico costante operato direttamente dal governo locale”, evitando di ammettere che tale monitoraggio avrebbe dovuto aver luogo sin dall’inizio della attività estrattiva e che, pertanto, non vi era giustificazione alcuna per le colossali ed impressionanti DORMITE del Sindaco e della sua squadra di governo. Il documento della coalizione di centrosinistra  conteneva inoltre l’invito, rivolto implicitamente alla Società Caolino s.r.l., ad “[…] interrompere le attività di escavazione e concordare una nuova intesa tra l’esercente e l’Amministrazione Comunale in cui fissare i tempi e i passi per l’investimento sulla struttura ricettiva […]”, confermandosi tale affermazione come la netta riprova dell’improvviso e preoccupante vuoto di memoria degli oligarchi, arrivati ad uno stato di confusione tale da dimenticare che un accordo ben preciso già era stato sottoscritto dalla precedente Amministrazione e clamorosamente disatteso proprio a causa dell’inettitudine degli amministratori attuali. Non appagati da questo triste spettacolo di demenza politica, i prodi scudieri del Sindaco Marras allungavano la pregiata lista delle richieste, chiedendo inoltre di fissare, nella nuova intesa, “[…] le forme e le tecniche di scavo e di ripristino ambientale e di realizzare la valutazione di impatto ambientale affidata ad un ente pubblico di ricerca in grado di offrire le garanzie reclamate da tutti”, così come proposto alcuni mesi prima dallo stesso Sindaco a seguito dell’intervento di Rifondazione Comunista.

 

Il brusco risveglio di Marras. Ci viene da ridere scoprendo oggi sui giornali l’elaborazione di certe stravaganti teorie, secondo le quali il Sindaco Marras avrebbe cercato, nel 2003, di accordarsi con la Caolino d’Italia s.r.l. per addivenire ad una nuova Convenzione. Coloro i quali VERAMENTE sono convinti della bontà delle intenzioni del nostro Sindaco, sono caldamente invitati ad andare a rileggersi la cronaca dei giornali dell’epoca, soffermandosi in particolar modo su quegli articoli che trattavano della reazione di Marras in riferimento alle prime inequivocabili denuncie di danni all’ambiente. Prendiamo ad esempio l’articolo del “Corriere di Maremma” del 25 Luglio 2003, a firma del solito Stefano Salvadori. Era passata appena una settimana dalle prime orribili scoperte sull’inquinamento del Farma; tuttavia Leonardo Marras si dimostrava particolarmente sicuro di sé e delle sue ragioni, rassicurando la popolazione sul fatto che “[…] il Comune di Roccastrada sta provvedendo a formulare una nuova forma di convenzione con il gruppo estrattivo concessionario della coltivazione a cielo aperto.” Non solo: stando alle dichiarazioni di Marras, le linee guida del nuovo accordo sarebbero già state decise unilateralmente dall’Amministrazione, mentre alla Società Caolino d’Italia s.r.l. “[…] non saranno lasciate alternative: prendere o lasciare.” Incapace di monitorare, incapace di rinnovare o far valere una fideiussione, incapace di rendersi conto per tempo del DISASTRO, da allora il Sindaco aggiunse alla propria personale COLLEZIONE DI INCAPACITA’ anche l’incapacità di dialogare e, come prima conseguenza, l’incapacità di imporsi. Marras lasciò inoltre trapelare che “[…] la nuova convenzione prevederà tempistiche e regole assai più precise rispetto all’operazione di ripristino ambientale […]”; inoltre, “[…] riattualizzando il progetto originario, la nuova convenzione determinerà l’obbligo, da parte del gruppo estrattivo, a reinvestire parte del profitto nella costruzione e nel potenziamento di una grande struttura ricettivo turistica situata nel cuore della Val di Farma.”

 

Mancate autocritiche. L’autocritica era ed è un tabù anche per amministratori così pessimi ed indifendibili come il Sindaco Marras. Alcune considerazioni in merito a queste prime reazioni del Sindaco devono comunque esser fatte, quanto meno dall’opposizione. In primo luogo, rileviamo l’incapacità evidente del Sindaco ad intavolare un serio dialogo costruttivo con l’azienda: Marras sapeva di avere torto su tutto e sperava di redimersi agli occhi della sua gente semplicemente alzando il tono contro il “nemico del popolo”, ovvero il ricco capitalista che distrugge l’ambiente per creare profitto. Marras, dopo aver creato le condizioni affinché l’impresa agisse in modo da evitare valutazioni di impatto ambientale ed evitare anche di investire nella struttura come da accordi pregressi, lasciando inoltre decadere colpevolmente una fideiussione da 2 miliardi e non chiedendo ulteriori garanzie, ritenne allora di dover fare un passo indietro e pretendere l’imposizione di un nuovo accordo più penalizzante nei confronti della Caolino d’Italia s.r.l.. Da allora ad oggi non si è mai registrato un passo avanti nel dialogo tra Comune ed azienda e si è invece aperto un contenzioso legale. In secondo luogo, non ci fu alcuna autocritica ma semplicemente la volontà di “riattualizzare” l’accordo del 1999, non rispettato per colpe che non possono che ricadere sulla stessa Amministrazione Comunale attuale: non vi è, né può esservi, alcuna responsabilità da parte di Olinto Bartalucci, a meno che non si voglia incolpare l’ex Sindaco di aver avuto fiducia nelle capacità del suo successore; in tal caso Bartalucci era chiaramente colpevole e si era pentito già nel 2000… In terzo luogo, occorre rilevare come Marras volesse concentrarsi particolarmente sulla ricaduta in termini economici del futuro investimento nella struttura alberghiera: tale prospettiva di lungo termine rende ai suoi occhi accettabile, nel 2003, il “temporaneo” disagio procurato dalla cava alla intera Val di Farma. Inutile precisare che, nei contenuti dell’intervento di Marras di qualche giorno fa (16 gennaio 2007 sul “Corriere di Maremma”), si dichiarava a chiare lettere che l’investimento nell’albergo non ripaga assolutamente il territorio dei danni immensi causati dalla attività estrattiva. Si delinea pertanto uno scenario nel quale Marras, a coronamento di anni di mal governo e contraddizioni insanabili, riesce persino a contraddire sé stesso.

 

I Verdi all’attacco di Marras. Il 5 Agosto 2003, nella cronaca locale de “Il Tirreno”, comparve una lettera scritta di proprio pugno dal rappresentante provinciale dei Verdi, Marco Stefanini, il quale insistette sul fatto che la concessione fosse stata un errore sin dall’inizio ed individuò il primo passo da fare per correre ai ripari, ovvero la richiesta alla Regione Toscana di espletare la “[…] procedura di valutazione di impatto ambientale che sarebbe dovuta essere già stata fatta da diversi anni, prima dell’entrata in funzione dell’attività estrattiva.” Insomma anche i Verdi riconobbero subito, nelle oramai famose “curiose coincidenze burocratiche”, il grave peccato originale dell’Amministrazione Marras.

 

Il dibattito in Consiglio Comunale. Mentre la popolazione cominciava a percepire la gravità del danno ambientale procurato alla Val di Farma, il Sindaco Marras decise di condividere con il Consiglio Comunale, nel corso della seduta del 5 Agosto 2003, le responsabilità sull’azione da intraprendere da allora in poi, presentando all’ordine del giorno un atto di indirizzo per l’area suddetta. La Lista Civica di opposizione, rappresentata allora da Roberto Pericci, Moreno Bellettini, Domenico Viaggiano e Mario Moretti, non lesinò critiche all’operato della Giunta Marras. Particolare rilievo ebbe, in tal senso, l’intervento di Moreno Bellettini, attuale responsabile comunale di AN, il quale espresse forti parole di disapprovazione nei confronti di un Sindaco che  “[…] oggi propone ipocritamente di salvaguardare quello che si è precedentemente permesso di distruggere […]”, allorquando l’Amministrazione aveva “[…] ceduto al ricatto di chi ha offerto qualche posto di lavoro, operando però la distruzione dell'ambiente ed il saccheggio del territorio […]”. Particolarmente interessante fu il passaggio successivo dell’intervento del Consigliere Bellettini, il quale condivideva la prospettiva di una imminente interruzione delle escavazioni, purché si garantisse anche il mantenimento e “[…] la salvaguardia dei livelli occupazionali ed il ripristino dell’integrità del territorio”: nel documento presentato dal Sindaco all’attenzione del Consiglio, infatti, si chiedeva l’immediata interruzione delle escavazioni ma non si faceva il benché minimo riferimento alla sorte dei lavoratori. Infine, le conclusioni dell’esponente della destra furono un violento atto di accusa contro Marras e compagni: il Consigliere di minoranza non ebbe alcuna remora nell’affermare tutto “[…] il proprio sconcerto per un documento che, a suo avviso, ha il solo intento di approfittare della buona fede del cittadino ed anche dell’opposizione, da parte di un’amministrazione fondamentalmente  corresponsabile di quanto accaduto.” Il Sindaco, come da sua abitudine consolidata, iniziò la replica facendosi beffa dei Consiglieri di minoranza, richiamandoli “[…] ad una più puntuale e seria lettura dei documenti a disposizione e soprattutto alla corretta, e non strumentale, individuazione delle competenze in materia di controllo e di attivazione delle garanzie”, giacché “siffatto distinguo serve ad individuare correttamente le responsabilità giuridiche rispetto alle responsabilità politiche della precedente e dell’attuale amministrazione.”

 

Poi il colpo di scena: LEONARDO MARRAS ACCUSA LA REGIONE TOSCANA (!)

 

Infatti (è tutto scritto nei verbali della seduta) Marras dichiarò che “[…] gran parte delle attività e presunte omissioni di controllo, addossate  dall’opposizione all’attuale amministrazione, sono invece di competenza della Regione Toscana e prima ancora del Corpo delle miniere.” Ma successivamente Marras non volle proseguire sulla pericolosa strada dell’individuazione delle colpe oggettive, preferendo invitare il Consiglio ad un atto di serietà che avrebbe dovuto risolversi nell’identificazione delle “[…] dimensioni dell’intervento da adottare a salvaguardia del Territorio e non sulle responsabilità politiche […]” delle Istituzioni ad ogni livello. Leonardo Marras, ad ogni buon conto, decise poi di tornare sui suoi passi e di lanciare un sasso contro il Corpo delle Miniere, accennando “[…] alla particolare tempistica seguita dal rilascio della concessione dello sfruttamento della miniera la cui data è solo di qualche giorno sottratta all’entrata in vigore della normativa sul VIA (valutazione impatto ambientale) […]”: fu proprio su questo punto che Marras si fece beffa dell’intelligenza di coloro che lo ascoltavano. Infatti, come si ricorderà, la concessione del via libera da parte del Corpo delle miniere avvenne soltanto UN GIORNO PRIMA dell’entrata in vigore della Legge Regionale sul VIA: tale concessione fu possibile per la precisa e puntuale segnalazione del Sindaco Leonardo Marras che dichiarò “superati” i motivi ostativi al rilascio, dovuti alla non attuazione dello strumento urbanistico, come puntualmente denunciato, tre anni dopo, dall’ultrasinistra. Infine un cenno a Rifondazione Comunista, rappresentata in Consiglio da Giacomo Scapigliati, il quale prese la parola per rammentare che, “ […] di fronte a questa situazione, l'attuale Amministrazione non ha molte carte da giocare […]”, mentre “[…] il benestare alle attività di estrazione è stato dato dal Corpo delle Miniere e dall'Amministrazione del tempo, anche con la corresponsabilità di tutti gli altri”, pur non specificando chi fossero questi “altri”; fu comunque interessante la constatazione che il rappresentante di Rifondazione assolse ufficialmente l’Amministrazione Marras per incolpare quella guidata da Olinto Bartalucci (della quale Rifondazione Comunista non faceva parte), mentre dimenticò interamente le rivelazioni espresse, appena un anno prima, dal suo coordinatore Giuseppe Iuliano in merito alle “curiose coincidenze burocratiche” e, in particolare, al ruolo di Leonardo Marras. In conclusione, l’esponente comunista ribadì “[…] l'incompatibilità dell'attività di estrazione con l’ecosistema e  la vocazione del territorio, anche con riferimento alle altre cave.”

 

La metamorfosi di Marras. L’analisi dei verbali della seduta consiliare del 5 Agosto 2003 è particolarmente interessante perché evidenzia la metamorfosi di Leonardo Marras da Amministratore incapace ad autentico GENIO E POETA di quella lirica  politica  meglio nota come l’arte dello “SCARICABARILE”: da allora in poi, Marras avrebbe accusato un po’ tutti pur di distogliere l’attenzione collettiva dalle colpe che erano e restano soltanto sue. La vibrante polemica con l’ex Sindaco Olinto Bartalucci, nel corso di questo turbolento inizio del 2007, è soltanto l’ultimo atto di una farsa pazzesca che ha visto, nel corso di questi ultimi 3 anni e mezzo, Leonardo Marras come assoluto protagonista.

 

Tardiva arroganza. La Lista di opposizione, dato il crescente interesse della popolazione sull’argomento, decise di affidare alla carta stampata i propri commenti e le proprie critiche; ne risultò un piccolissimo articolo apparso sulla stampa locale, che però conteneva all’interno di quelle svogliate righe una verità profetica, laddove si sosteneva che “gesti di tardiva arroganza potrebbero facilmente trasformare il decantato sviluppo sostenibile del binomio industria-turismo nel più clamoroso ed insostenibile dei fallimenti”. Parole ovviamente buttate al vento.

 

Benedetta alluvione. L’alluvione di Martedì 23 Settembre, devastante per l’area Nord del Comune di Roccastrada, accese definitivamente i riflettori sull’intera area della Val di Farma ed espose in modo chiaro ed inequivocabile l’immensità del danno ambientale arrecato al territorio. La popolazione cominciò a riunirsi in comitati spontanei, da cui nacque il Comitato Val di Farma, costituito da un gruppo di cittadini a seguito di una riunione svoltasi a Torniella il 25 Ottobre 2003, attivo ancora oggi ed interlocutore costante del Sindaco Marras e delle forze politiche di Roccastrada. Più volte è stato sottolineato il fatto che senza l’alluvione non ci sarebbe stato il Comitato Val di Farma ed il Sindaco avrebbe avuto vita molto più facile nel nascondere le ferite e, magari, riprendere il sonno tristemente interrotto qualche mese prima; probabilmente oggi l’attività procederebbe senza alcun intralcio, senza alcun controllo, senza alcuna denuncia.

 

I primi passi del Comitato. Il Comitato Val di Farma, come prima iniziativa, scrisse una vibrante lettera al Sindaco, chiedendo l’immediata chiusura della cava di caolino in nome di una comune sensibilità ambientale e di un comune orrore nei confronti degli incalcolabili scempi arrecati a quei luoghi incontaminati. Successivamente il Comitato si mosse in modo deciso ed irrevocabile, redigendo in data 18 Dicembre un esposto alla Procura contro la Società detentrice della concessione per l’attività estrattiva. Su “Il Tirreno” del 20 Dicembre, si lesse che i cittadini avevano chiesto esplicitamente alla Procura di avviare indagini volte a chiarire definitivamente “[…] se sia stato seguito l’iter burocratico rispettando tutte le normative e tutti i vincoli, al fine di tutelare il territorio ai sensi dell’ordinamento giuridico vigente; se siano state rispettate le prescrizioni indicate nella Conferenza dei Servizi convocata per il rilascio della proroga della concessione mineraria e se siano stati posti in essere i previsti controlli […]”

 

Roberto Barocci e l’anima ribelle di Rifondazione. Paradossalmente, una risposta chiarissima ed inequivocabile a questo ultimo quesito era stata data, appena qualche giorno prima, da Roberto Barocci, arcinoto ambientalista in forza a Rifondazione Comunista, il quale aveva rilasciato importanti dichiarazioni a “La Nazione”, affermando in special modo che “[…] l’inquinamento era già stato segnalato lo scorso inverno alle autorità competenti, ma queste non sarebbero state in grado né di individuarne la fonte, né di quantificarne l’entità.” Rincarando la dose delle pesantissime accuse, Barocci evidenziò “[…] da parte del Comune incredibili ritardi e sconcertanti contenuti tecnici nei rapporti trasmessi alle autorità di controllo. Anche le parole di Roberto Barocci caddero nel vuoto.

 

L’ordinanza del Sindaco. In questo contesto, il Sindaco Marras firmò la famosa ordinanza, datata 22 Dicembre 2003, con la quale il Comune pretendeva il pronto intervento di ripristino ambientale a carico della Caolino d’Italia s.r.l., seppur disattendesse le richieste del Comitato Val di Farma relativamente alla immediata chiusura della cava. Tanto bastò, comunque, per garantire al Sindaco un ampio spazio sulla stampa locale, che egli abilmente usò per costruire intorno alla sua persona la fama del “duro” che si opponeva agli speculatori della Val di Farma: ancora una volta l’esatto contrario della realtà. Del resto, la ricerca della verità poco importava a sei mesi dalla tornata elettorale del Giugno 2004.

 

Il colpevole silenzio di Marras. Appena due mesi dopo, nel Febbraio 2004, il Sindaco tenne un importante incontro con i rappresentanti del Comitato Val di Farma, i quali redassero successivamente un comunicato stampa in cui si faceva chiaro riferimento ad una netta AMMISSIONE DI RESPONSABILITA’ da parte di Leonardo Marras. Inoltre, citando quanto riportato su “La Nazione” del 7 Febbraio, l’Amministrazione Comunale avrebbe non soltanto ammesso le proprie responsabilità politiche, ma avrebbe anche ”[…] riscontrato un iter burocratico alquanto oscuro che ha portato al rilascio della concessione mineraria”; Marras avrebbe persino “[…] dichiarato espressamente la volontà di chiedere la riapertura della Conferenza dei Servizi e la chiusura della miniera. Ovviamente tali dichiarazioni sono state fornite alla stampa dal Comitato Val di Farma e il Sindaco, in piena campagna elettorale e pertanto desideroso di non pregiudicare le simpatie paradossalmente acquisite proprio intorno a questa vicenda, non smentì.

 

Il programma elettorale del centrosinistra. Nel lunghissimo ed illeggibile programma di governo di Leonardo Marras per la seconda legislatura, tuttavia, non si faceva esplicito riferimento all’ipotesi di chiusura delle cave, né tanto meno si accennava alla riapertura della Conferenza dei Servizi. Era invece scritto a chiare lettere l’intento di controllare “[…] da vicino tutte le attività estrattive: monitoraggio, controllo, richiesta di Valutazione Ambientale”, ovvero si prometteva tutto ciò che colpevolmente non si era voluto fare nel corso della legislatura che si avviava al termine. Nel documento si parlava anche di “[…] recupero e la bonifica della aree industriali compromesse, quali i siti delle cave”, mentre nello specifico, “per quanto riguarda la miniera di Caolino, vogliamo la sospensione della coltivazione mineraria in attesa di una Valutazione d’Impatto Ambientale effettuata da un soggetto terzo e sopra le parti come l’Università”. Fu chiaro già allora che tale passaggio fosse stato scritto da Marras sotto la dettatura di Rifondazione Comunista e non certo sotto l’influsso del Comitato Val di Farma, le cui reiterate richieste di chiudere la cava sarebbero andate incontro ad un muro di gomma.

 

L’apertura del fronte legale. Nello stesso mese di Febbraio la Caolino d’Italia s.r.l. ricorse al TAR contro l’ordinanza del Sindaco ed aprì così la battaglia sul fronte legale. Oggi si ha l’impressione, confermata dai pronunciamenti del TAR, che il Comune di Roccastrada avrà partita vinta. Ma la giustizia ha tempi biblici, mentre per distruggere irrimediabilmente l’ambiente basta molto meno…

 

L’ascesa regionale della vicenda Caolino. In quel 2004 così denso di speranze e di buoni propositi, anche il Consiglio Regionale cominciò ad appassionarsi alla vicenda e registrò, nel mese di Marzo, gli interventi di Fabio Roggiolani, a totale sostegno dell’idea di una immediata revoca della concessione mineraria con conseguente chiusura della attività estrattiva, e di Loriano Valentini, il quale sostenne (quasi un anno e mezzo dopo lo sconosciuto Giuseppe Iuliano) la necessità di avviare le procedure per una verifica di impatto ambientale e chiese a Martini se non fosse il caso di aprire una nuova Conferenza dei Servizi, per poter valutare l’opportunità o meno di concessioni minerarie su aree di particolare pregio ambientale come appunto quella interessata dalla coltivazione del Caolino. Valentini incassò il personale ringraziamento di Leonardo Marras per l’interessamento. Stranamente, però, lo stesso Valentini, insieme ai colleghi Roggiolani, Barbagli e Ricci, presentò nel mese di Novembre un’altra mozione, nella quale si chiedeva al Presidente della Regione di adoperarsi per addivenire alla valutazione di impatto ambientale già richiesta a suo tempo. Il silenzio della Regione, del resto, non era passato inosservato neanche a Forza Italia che, per mano del Capogruppo Dinelli, aveva presentato nello stesso periodo una interrogazione al Presidente Martini, chiedendogli di chiarire finalmente le proprie intenzioni anche in merito alla eventuale convocazione di una nuova Conferenza dei Servizi, avente ad oggetto la cava di caolino di Piloni. La politica della regione Toscana è ancora oggi avvolta da un velo di mistero: nessuno sa esattamente che tipo di azione vorranno intraprendere gli oligarchi di Firenze, anche se non mancano le speculazioni ed attualmente vedono la luce alcune teorie relative all’ipotesi di creazione di un Parco Regionale tra la valle del Farma e quella del Merse, nell’area a cavallo tra i Comuni di Roccastrada e Monticano.

 

La Corte dei Conti. Silla Pighetti, noto roccastradino già Consigliere Comunale per il PCI ed attualmente Capolista della CdL a Scarlino nonché responsabile provinciale della Lega Nord, volle intraprendere le via degli esposti contro l’Amministrazione Marras: nel Maggio 2005 si ebbe la notizia di un esposto alla Corte dei Conti regionale, mentre appena due mesi prima la questione era stata segnalata anche alla Procura. Non ci è dato di sapere che cosa ne sia stato di queste due segnalazioni, anche se la nostra curiosità meriterebbe certo qualche notizia da Firenze…

 

Fiumi di parole. A parte l’intervento della Lega Nord, tutto il 2005 è stato all’insegna della più oscena monotonia. La Val di Farma, già violentata dall’anarchia ambientale relativa alle escavazioni ed alla coltivazione del caolino, è stata ripetutamente violentata da fiumi di parole da parte del Sindaco e della monolitica oligarchia al potere. Abbiamo perso il conto delle riunioni intercorse tra le Istituzioni e la cittadinanza; abbiamo perso il conto delle volte in cui è stata pronunciata la necessità di una Valutazione d’Impatto Ambientale; non abbiamo invece potuto perdere il conto dei risultati concreti ottenuti dalla popolazione nella lotta per la salvaguardia dell’ambiente: in questo caso, infatti, NON ABBIAMO NEANCHE POTUTO COMINCIARE A CONTARE…

 

La collera degli ambientalisti. Stanchi di dover assistere impotentemente al triste spettacolo di incapacità degli oligarchi e al quotidiano saccheggio dei boschi della Val di Farma, nel Febbraio 2006 gli ambientalisti affidarono la propria esternazione di collera alla sagace penna dei giornalisti locali, i quali non mancarono di dare risalto a tale evenienza. In particolare la Signora Loretta Pizzetti, Presidentessa del Comitato Val di Farma, chiedeva di sapere quali fossero gli inafferrabili motivi per cui “[…] dopo tante dichiarazioni fatte per trovare una soluzione, […] la situazione, di fatto, resta sempre la stessa”. Gli ambientalisti rimarcarono il fatto che “[…] se si aspetta ancora ci sarà sicuramente ben poco da fare se non assistere al definitivo degrado di una delle aree più belle della Toscana per poi procedere alla richiesta di una bonifica che chissà se mai verrà effettuata e quanto sarà dispendiosa”. Parole buttate ancora al vento.

 

Il bis di Silla Pighetti alla Corte dei Conti. Dopo essersi già rivolto alla Corte dei Conti nel Maggio dell’anno precedente, Silla Pighetti si concesse il bis nel Settembre 2006. L’esponente leghista aveva particolare premura di mettere le Autorità al corrente della mancata creazione di posti di lavoro nella struttura alberghiera di Piloni e della mancata realizzazione della piscina, esplicitamente prevista per il 2000 ma ad oggi neanche iniziata, nonostante l’esistenza di una fideiussione, poi decaduta, per un importo di 2 miliardi di Lire a garanzia degli adempimenti della Società Caolino d’Italia s.r.l.. Silla Pighetti sottolineò inoltre l’incongruenza di una attività di estrazione che continuava ad operare la distruzione del territorio senza attuare il ripristino ambientale come da accordi pattuiti nella Convenzione del 1999.

 

Settembre nero. Come se non fosse bastata questa seconda bordata della Lega Nord, il Sindaco Marras vide improvvisamente il territorio comunale tappezzato di manifesti, ad opera del Comitato Val di Farma, ipercritici nei confronti del Palazzo, in riferimento all’imperdonabile lassismo ed incapacità di giungere ad una soluzione definitiva sull’annosa questione della protezione dell’ambiente. Il titolo del manifesto, scritto a caratteri cubitali, era un diretto richiamo alle tempeste di calciopoli: “Il Farma retrocesso in serie C – Non servono intercettazioni, il degrado è sotto gli occhi di tutti”. Nel corso delle vibranti righe del manifesto, i sostenitori del Comitato Val di Farma si definivano “Tifosi dell’ambiente” ed affermavano che “il nostro torrente del cuore è stato retrocesso in Serie C”. Non solo: “[…] dopo anni di pesanti aggressioni da parte di una nota multinazionale, un fiume ha perso la sua originaria purezza. Noi tifosi seguiamo queste vicende dall’inizio con sofferenza e rabbia. In pratica c’è la distruzione di un patrimonio ambientale unico nell’indifferenza complice di quanti sanno e lasciano correre”. Infine il proclama: “chiediamo quindi a gran voce che, dopo il mondo del calcio, venga presto ripulita anche la riserva della Val di Farma in modo da non essere più penalizzati nel girone del turismo di qualità”.

 

Pace fatta. Uno sfogo così plateale non poteva non destare l’interesse di Comune e Provincia, che si affrettarono a convocare un tavolo di confronto con il Comitato Val di Farma con l’obiettivo dichiarato di “[…] unire gli sforzi per giungere a una risoluzione definitiva dei problemi causati dalla miniera di caolino […]”. Niente di nuovo sotto il Sole…

 

Il Convegno di Roccastrada. A Novembre si tenne al Teatro dei Concordi, a Roccastrada, un Convegno sulla miniera di caolino e la Val di Farma, nel corso del quale presero la parola molti tecnici ed esponenti della politica, tra i quali il Sindaco Marras e l’Assessore regionale Artusa. Il Convegno fu l’occasione per ribadire quanto era stato detto e fatto sino ad allora e per certificare l’esistenza di un autentico disastro ambientale e la necessità di correre ai ripari. I lavori del Convegno durarono circa quattro ore ed ebbero come immediata conseguenza la stesura dell’ennesimo comunicato del Comitato Val di Farma, in cui la Presidentessa Loretta Pizzetti esprimeva a chiare lettere la richiesta di procedere “[…] alla revoca della concessione o a sospendere l’attività in attesa degli accertamenti”. La posizione del Comitato, dunque, si stava lentamente evolvendo: dalla richiesta (elusa) di adoperarsi per CHIUDERE la cava, Loretta Pizzetti passava a quella di SOSPENDERE l’attività, quanto meno per permettere accertamenti, laddove leggasi per “accertamenti” la solita Valutazione d’Impatto Ambientale.

 

I Comunisti Italiani. Se da una parte il Sindaco Marras poteva dirsi sereno per la rinnovata distensione con il mondo ambientalista, dall’altra si addensavano su Roccastrada cupe nubi e venti di guerra: il PdCI, uscito dalla maggioranza per incompatibilità con il Primo Cittadino, decideva proprio in quei giorni di uscire allo scoperto sul caso Caolino. La segreteria dei Comunisti Italiani, infatti, redigeva un interessante lettera aperta al Sindaco Marras, chiedendogli di rendere conto alla popolazione di tutta una serie di questioni, sinora rimaste senza una risposta plausibile, sul motivo per cui non si sono realizzate le clausole della Convenzione del 1999 relative alla creazione di posti di lavoro oltre che agli investimenti progressivi per circa 15 miliardi nella struttura alberghiera. I Comunisti ricordarono la visione di Olinto Bartalucci (resa possibile tramite l’approvazione dello strumento urbanistico nel 2000), secondo il quale il beneficio duraturo, in termini di crescita occupazionale ed economica dell’intera area a seguito dall’ampliamento della struttura alberghiera, avrebbe giustificato il disagio “temporaneo” per la presenza della miniera: una visione clamorosamente disattesa da una Società, la Caolino d’Italia s.r.l., che si limitava ad intensificare l’attività estrattiva, ignorando l’investimento previsto inizialmente per il settore turistico.

 

Il raddoppio dei Comunisti. Il 5 Gennaio 2007, dopo aver preso atto dell’assordante silenzio del Sindaco in merito alle questioni proposte in precedenza dal PdCI, il segretario comunale Comunista, il navigato Mauro Bianchi, rincarò la dose delle polemiche, non limitandosi soltanto a riproporre negli stessi termini le domande contenute nella prima lettera, ma spingendosi a ricercare anche le ragioni che avevano evidentemente impedito al Primo Cittadino di rispondere pubblicamente. Bianchi ne tirò le conclusioni affermando che “in genere, quando amministratori pubblici assumono atteggiamenti di questo tipo, lo fanno o per arroganza supponenza e maleducazione o per palese incapacità di rispondere in termini concreti agli interrogativi posti”.

 

La furia di Marras. Il Sindaco Marras si trovò evidentemente combattuto tra la volontà di non entrare nel merito della questione e la voglia di sfogare tutta la sua collera per le parole di fuoco che i Comunisti Italiani gli avevano indirizzato; il risultato di questo tormento interiore del Primo Cittadino si risolse in una epica nota di stampa, che passerà alla storia come la risposta che, dichiarando di aver già risposto, non risponde. Infatti Leonardo Marras dichiarò di aver già risposto nel corso del Convegno del Novembre scorso e di essere dispiaciuto e sorpreso dalla constatazione che “[…] a quella interessante giornata, visto l’interesse dei Comunisti Italiani per l’argomento e acclarata la possibilità di fare domande (anche scomode), non ha partecipato né Bianchi né altri esponenti del suo partito”.

 

La tripletta dei Comunisti. La non risposta di Marras scatenò un altro polverone, giacché i Comunisti Italiani affidarono ad un durissimo comunicato la propria reazione stizzita. In particolare, Mauro Bianchi chiese sarcasticamente a Marras di “[…] perdonare i Comunisti Italiani e il 99% dei residenti del Comune di Roccastrada per non aver partecipato all’incontro sulla miniera di caolino […] ed ascoltato le sua importanti risposte”; del resto nessuno poteva immaginare che il Convegno “[…] sarebbe stata l’unica occasione per sapere che cosa ha fatto e farà il Comune”. A tale assenza sarebbe stato posto un rimedio se i giornali, riportando i fatti salienti emersi nel corso del Convegno, avessero almeno riportato le misteriose risposte di Marras; invece “[…] nemmeno la lettura della rassegna stampa dei quotidiani locali ci è stata di aiuto […]” e pertanto i Comunisti ed i cittadini interessati ad avere risposte certe sono stati “[…] ulteriormente sfortunati”. Leonardo Marras, secondo la segreteria del PdCI, “[…] ha perso un’occasione” in cui avrebbe potuto “[…] dimostrare di essere un sindaco attento agli interessi dei cittadini e all’economia del Comune”. Ma i Comunisti non vollero desistere e pertanto rilanciarono, dando al Sindaco “[…] un’altra possibilità: scriva le sue risposte in una lettera, penseremo noi a divulgarle ai cittadini”. Mauro Bianchi, inoltre, pose al Sindaco un altro quesito interessante: “il suo comportamento così ostile e così nervoso è legato all’incertezza del futuro o è il frutto di una intolleranza verso chi chiede spiegazioni, chiarimenti e non si allinea semplicemente alla scelte?”. Come se tutto ciò non fosse già sufficiente di per sé, la segreteria comunale del PdCI passò alle minacce esplicite, invitando il Sindaco a non dimenticare mai “[…] che qualunque scelta faccia per il suo futuro politico, troverà sempre sulla sua strada i comunisti italiani […]”.

 

Le curiosità di Olinto Bartalucci. Mentre i Comunisti Italiani scrivevano il terzo comunicato sul caso caolino, l’ex Sindaco Olinto Bartalucci rompeva sette anni di silenzio assoluto e sfogava su compiacenti giornalisti le proprie curiosità, represse per anni ma mai dome, sugli sviluppi dei rapporti intercorsi Comune di Roccastrada e Caolino d’Italia s.r.l. dopo l’elezione di Marras. Le “curiosità” di Olinto Bartalucci coincidevano esattamente con le domande poste a suo tempo dal PdCI e sino ad allora evase da Marras.

 

Marras contro Bartalucci. Dopo aver incassato gli schiaffi verbali e le minacce neanche tanto velate del PdCI ed aver riportato sotto la luce dei riflettori l’ex Sindaco Bartalucci, Marras si decise finalmente ad aprirsi con la stampa, rilasciando una interessante intervista nel corso della quale, in sostanza, si addossava al suo predecessore gran parte della responsabilità del disastro. L’errore primario, il peccato originale di questa vicenda non risiederebbe nel giochetto di bassa lega, tramite il quale Marras riuscì ad eludere l’attuazione della Valutazione d’Impatto Ambientale per sole 24 ore, oppure nella decadenza totale di obblighi fideiussori della Società nei confronti del Comune, bensì nel “[…] parere favorevole espresso all’epoca, in sede di Conferenza dei Servizi, dall’Amministrazione Comunale di Roccastrada […]” nei confronti della concessione mineraria: poiché la Conferenza dei Servizi ebbe luogo nell’Aprile 1999, pochi mesi prima che Bartalucci lasciasse il posto a Marras, era sin troppo evidente il tentativo dell’attuale Sindaco di scaricare le colpe addosso al predecessore; a tal scopo Marras aggiunge che ciò “[…] un errore che abbiamo purtroppo commesso come maggioranza di governo e che […] dobbiamo riparare”. Il messaggio era chiarissimo: Bartalucci ha sbagliato, Marras ha dovuto fare i conti con quella eredità e rimediare. I giornalisti che conducevano le interviste erano comunque ben informati e non si accontentarono certo di queste alchimie storiche; fu ad esempio rimarcato il fatto che, all’epoca, Leonardo Marras era il Capogruppo di maggioranza ed avrebbe potuto opporsi al disegno di Olinto Bartalucci, ma non lo fece: al Sindaco non restò che ammettere che “la contrarietà era la posizione più logica” e che fu un errore l’idea “[…] che la concomitanza fra attività turistica e di escavazione fosse di per sé una garanzia di qualità e di rispetto del paesaggio”. I mancati investimenti della Società sulla struttura alberghiera, inoltre, sarebbero dovuti all’impossibilità di vincere l’ostracismo che l’azienda opponeva contro i tentativi dell’Amministrazione Comunale di addivenire ad una nuova Convenzione che fosse migliorativa rispetto a quella del 1999, che non offriva le garanzie volute dal Sindaco. Infatti, Marras arrivò persino ad affermare che “[…] la coalizione di centrosinistra e l’intero consiglio comunale, da quando mi sono insediato fino al 2003, quando si sono manifestati i primi problemi ambientali documentati dall’Arpat, ha chiesto a più riprese […] soprattutto di realizzare la V.I.A. in grado di offrire le garanzie reclamate da tutti”.

 

OGNI ULTERIORE COMMENTO SAREBBE SUPERFLUO

 

Ma Gabriele Baldanzi, arguto giornalista de “Il Tirreno”, aveva ancora qualche cartuccia da sparare: innanzitutto la fideiussione, di cui il Comune avrebbe pur potuto avvalersi ma non si avvalse; Marras volle però precisare, a tal riguardo, “[…] che la fideiussione a garanzia della convenzione che fu a suo tempo siglata da Olinto Bartalucci, non copriva neppure il piano degli investimenti né i ripristini ambientali, ma soltanto alcuni lavori edilizi iniziali, di messa a norma dell’esistente e la realizzazione di una piscina al pubblico. Questi lavori sono stati realizzati […]” (!). Dinanzi ad una tale grossolana bugia, Gabriele Baldanzi fu costretto a puntualizzare che NON VI E’ TRACCIA DELLA NUOVA PISCINA (!), al che Marras si rimangiò con disinvoltura le parole appena pronunciate ma sottolineò il fatto che “[…] come contentino c’è stata l’apertura al pubblico di quella esistente […]” (!!!!!!!). Alle insistenze di Baldanzi, il quale voleva sapere i motivi della mancata attuazione degli investimenti previsti da parte della Caolino d’Italia s.r.l., Marras pose fine invitandolo ad andare a chiederlo “a loro” (!!!) ed aggiungendo, ad ogni buon conto, che “[…] la vecchia convenzione è sempre stata priva di un effettivo valore essendo stata stipulata senza garanzie […]”. Infine una battuta sul danno arrecato all’ambiente, che secondo Marras non potrà mai essere ripagato tramite l’investimento in una struttura alberghiera.

 

Il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. L’intervista di Marras è stata soddisfacente a metà: da una parte il Sindaco, seppur tra le righe, ha dovuto ammettere la responsabilità di tutta la coalizione di centrosinistra  e non soltanto di Olinto Bartalucci (definito dai DS “un compagno che sbaglia” già nel 2000, allorquando ebbe luogo la rottura); dall’altra parte, però, persiste l’ipocrisia cronica di non voler ammettere i propri enormi errori e le proprie gigantesche responsabilità, costruendo un castello di alchimie storiche e rimandando indietro all’Aprile 1999 il momento in cui si è presa la decisione fatale, introducendo inoltre argomentazioni estrose che vorrebbero indurci a credere che Leonardo Marras abbia speso una intera legislatura a tentare di porre rimedio al peccato originale della legislatura precedente.

 

Un passo avanti. Olinto Bartalucci, intervistato pochi giorni dopo da “Il Tirreno”, dimostrava apprezzamento per il contenuto di alcune affermazioni dell’attuale Sindaco, laddove costui era giunto, seppur tardivamente, alla conclusione che un uomo solo non poteva esser responsabile unico delle decisioni sbagliate prese da una intera coalizione. Tuttavia era ancora il caso di rimarcare alcune incongruenze nelle dichiarazioni di Marras: in primo luogo non si faceva riferimento al fatto che i rapporti del Comune con la Società avrebbero dovuto “[…] reggersi su un monitoraggio costante, quotidiano, dell’intera operazione”, mentre il Sindaco Marras a tal riguardo ha sbagliato l’approccio sin dal principio. Bartalucci non negò che, qualora egli fosse stato ancora Sindaco, non avrebbe mai “[…] liberato la fideiussione una volta ultimata la prima tranche di lavori nella struttura”, oppure avrebbe “[…] preteso di fissare con l’aziende nuove garanzie e ulteriori traguardi”. Una delle gravi responsabilità di Marras sta proprio nel fatto che “invece dopo un paio d’anni di saltuari colloqui i rapporti con la società concessionaria sono letteralmente saltati”. Bartalucci si spingeva però ben oltre le critiche ed individuava nel tentativo VERO di riprendere il dialogo con l’azienda l’unica strada da percorrere per l’Amministrazione Comunale, giacché in caso contrario, “[…] con il permanere di questa situazione, il territorio rischia di pagare un prezzo elevatissimo”. La guerra legale dichiarata dal Comune alla Società Caolino d’Italia s.r.l., infatti, lasciava gli avvocati appropriarsi di spazi che avrebbero dovuto appartenere soltanto alla politica, visti i tempi biblici della giustizia italiana che mal si conciliavano con l’esigenza di risolvere in fretta i problemi. Secondo Bartalucci, infine, il Sindaco avrebbe dovuto definitivamente lavorare per “[…] riaprire un tavolo di confronto, assumendo un’iniziativa forte, in prima persona”, poiché l’unica alternativa sarebbe “[…] una pietra tombale sia sull’obiettivo primario del 1999 (il rilancio della struttura turistica), sia su quello odierno (la salvaguardia dell’ambiente)

 

Un concordato con l’azienda. L’opposizione di Roccastrada, a questo punto, scese in campo per fare il punto della situazione, denunciare le gravissime responsabilità di Leonardo Marras, ripercorrere per sommi capi le tormentate vicende della concessione mineraria ed esprimere una fortissima dichiarazione d’intenti: il prossimo Sindaco, qualora espressione dell’alternativa civica e liberale, convocherà a Palazzo l’azienda e concorderà con essa la FINE DELL’ANARCHIA AMBIENTALE IN VAL DI FARMA. Su questo punto si registrava la perfetta identità di vedute tra l’opposizione liberale, rappresentata da una Lista Civica, e l’ex Sindaco Olinto Bartalucci.

 

Marras re del malgoverno. Il comunicato stampa della Lista di alternativa civica e liberale si concludeva con una postilla che merita di essere allegata alla presente relazione, in quanto fortemente indicativa della realtà amministrativa di Roccastrada dal 1999, ovvero dall’ascesa di Leonardo Marras. Si leggeva infatti nel comunicato: “Ma che cosa deve fare un Sindaco per essere mandato via????? Da quando Leonardo Marras è il Sindaco di Roccastrada, si raccontano storie oltre i confini dell’inverosimile: la TARSU raddoppia; l’acqua manca spesso, ma in compenso le bollette sono più salate ed interi Paesi (Roccatederighi e Ribolla) sono assediati da fogne malsane; l’ICI sulla prima casa aumenta vergognosamente in un momento storico in cui OVUNQUE DIMINUISCE; si parla di modello toscano ma si costruiscono QUARTIERI SENZA STRADE; si punta alla razionalizzazione delle spese e degli investimenti ma si dilapidano quasi 10 MILIARDI PER MONTEMASSI, onde costruire, tra le altre cose, un centro polifunzionale che non funziona; si riduce al minimo il contributo comunale per le Strade Vicinali; si mantiene al massimo legale l’addizionale IRPEF; il territorio Comunale si popola di decine di famiglie che lavorano a Grosseto ma prendono casa a Roccastrada (a causa degli improponibili prezzi della città), proprio mentre il Sindaco di Roccastrada fa le valigie, abbandona i suoi elettori e va a vivere a Grosseto; SI EREDITA DAGLI ANTENATI UN LUOGO BELLO ED INCONTAMINATO (la Val di Farma)  E LO SI LASCIA DISTRUGGERE IMPUNEMENTE”.

 

Il Comitato Val di Farma contro il PdCI. Nel momento forse più scuro per il contestatissimo Sindaco Leonardo Marras, il Comitato Val di Farma, sino ad allora rimasto ad ascoltare in silenzio le risse verbali altrui, decise di intervenire ed aprire le ostilità contro il Partito dei Comunisti Italiani, attraverso un durissimo comunicato a firma di Loretta Pizzetti, prontamente recepito ed amplificato dagli organi di stampa. Il segretario provinciale del PdCI, Marco Barzanti, fu etichettato come un politicante che “[…] sembra ignorare molte cose relativamente all’interesse dei cittadini per il caso caolino, quali esposti alla procura, ricorsi e controricorsi al Tar, interrogazioni e mozioni al Consiglio Regionale, assemblee, manifestazioni e dibattiti pubblici […]”. Loretta Pizzetti, rincarando ulteriormente la dose, affermò che tutti i cittadini e tutti i politici, indipendentemente dal loro colore, avevano dimostrato interesse e partecipazione, ad eccezione soltanto del partito rappresentato da Barzanti, che pertanto sarebbe oggi l’ultimo a poter esporre critiche. Il Comitato Val di Farma, inoltre, dichiarò una forte indignazione “[…] nel vedere che si persiste nello stesso errore che è quello di vedere una attività turistica associata ad una attività di escavazione: è una visione scellerata ed è palese; sarebbe bello sfruttare la bellezza del Sant’Uberto, peccato che a due passi ci sia un andirivieni di camion”.

 

Barzanti contro Pizzetti. La Lista Civica giudicò da subito l’intervento della Signora Pizzetti come un improprio tentativo di distrarre le dovute attenzioni dall’analisi delle responsabilità storiche del disastro, attraverso la ricerca di una rissa verbale che seminasse discordia nel fronte anti-Marras e riducesse il tutto ad una mera questione personale. Purtroppo Marco Barzanti, anziché insistere sui contenuti, cadde nella trappola e si sfogò in una replica tanto pesante quanto inopportuna,  precisando in premessa come il PdCI fosse da sempre attento alla questione caolino, dato anche il diretto coinvolgimento di Olinto Bartalucci e le coerenti prese di posizione del segretario comunale comunista Mauro Bianchi; non era inoltre stata una circostanza casuale l’uscita del PdCI dalla maggioranza di governo a Roccastrada: tra i motivi, che avevano determinato la rottura irreversibile con Leonardo Marras, era chiaramente identificabile anche l’impossibilità di “ […] aprire un confronto politico su temi delicati compresa la questione delle cave”. Ciò premesso e constatato, Marco Barzanti gettò il guanto di sfida alla compagna Pizzetti, scrivendole che “ […] il comitato che rappresenti non è un giocattolo dove sfogare velleità e insoddisfazioni. Chi aderisce lo fa per sensibilizzare amministrazioni e cittadini su problemi reali. L’isolamento non serve, il tuo ruolo dovrebbe essere quello di rafforzare il comitato e non renderlo autoreferenziale”. Barzanti indugiò inoltre sulla constatazione che la Signora Pizzetti, in quanto iscritta al Partito della Rifondazione Comunista, non poteva certo riuscire a conciliare bene il proprio impegno per la difesa della Val di Farma con l’appartenenza ad una forza politica “ […] che per prima deve dare certe risposte”.

 

DS contro Lista Civica. Sarà forse stato un caso fortuito, ma proprio nell’attimo in cui la Signora Pizzetti scagliava parole di fuoco contro i Comunisti Italiani, i DS facevano altrettanto nei confronti della Lista Civica. La dura lettera dei DS presentava inoltre chiarissime similitudini con il comunicato redatto dalla Signora Pizzetti: nessuna analisi delle responsabilità storiche, pretesa assoluta di avere ragione e non aver dunque bisogno di discutere, attacco durissimo nei confronti dell’avversario, di cui si premetteva l’ignoranza assoluta in materia. Dopo aver bollato come superficiale ed ingenua la dichiarazione d’intenti della Lista Civica, laddove si proponeva una forte iniziativa del Sindaco in prima persona nei confronti dell’azienda, i DS lamentavano l’impossibilità assoluta di avviare un normale dialogo istituzionale con la minoranza che, anziché svolgere correttamente le proprie funzioni, sapeva soltanto esibirsi in “ […] sortite estemporanee sulla stampa, tese soltanto ad acquisire un minimo di visibilità”: in buona sostanza, secondo Marras e compagni l’attuale gruppo di minoranza preferiva “ […] abbaiare alla luna che impegnarsi a costruire un’astronave per raggiungerla…”. Non si risparmiavano pesanti critiche neppure alla Società Caolino d’Italia, colpevole di non aver mai accettato il confronto nei vari tavoli istituzionali, avendo piuttosto preferito affidarsi ai propri avvocati in una lunga ed estenuante battaglia giudiziaria per “ […] difendere l’autorizzazione rilasciata dal Corpo delle miniere, e non dal Comune, nell’autunno del 1999”. Il messaggio era dunque chiarissimo: se proprio si fosse dovuto continuare sulla strada dell’individuazione dei responsabili del disastro, l’indice avrebbe dovuto adesso essere puntato sul Corpo delle miniere, che rilasciò la concessione, ovviamente assolvendo l’operato del Comune: si trattava evidentemente dell’ennesimo episodio dell’interminabile ed ormai noto gioco dello “scaricabarile”.

 

Fine delle polemiche. Dopo aver a lungo discusso sull’opportunità o meno di imitare Marco Barzanti e rispondere per le rime agli attacchi subiti, la Lista Civica optò per lasciar morire una polemica che non giovava a nessuno, riservandosi di riaprire il contenzioso, per via consiliare, in sede di discussione del Bilancio, al fine di riportare l’attenzione delle istituzioni e della cittadinanza sui contenuti e non su pettegolezzi inutili, inopportuni e perfino osceni, quali quelli sui cani che abbaiano alla luna o su nefandezze similari. Il Comitato Val di Farma, dal canto suo, difese l’operato della Signora Pizzetti attraverso un nuovo comunicato stampa dai toni molto più sereni e concilianti. Non passò comunque inosservato il silenzio imbarazzato di Rifondazione Comunista, tirata in ballo esplicitamente sia dalla Lista Civica che dal PdCI.

 

Giulianelli in Consiglio Comunale. In sede di approvazione del Bilancio 2007, il Consigliere di minoranza Giacomo Giulianelli, dopo aver introdotto una lunga serie di problematiche attuali, volle concludere il proprio intervento proprio sulla questione caolino. Dopo aver brevemente ripercorso, per sommi capi, l’intera storia della vicenda, denunciando in particolar modo le ormai notissime curiose coincidenze burocratiche, Giulianelli sottolineò “ […] l’importanza della V.I.A. come strumento di tutela ambientale”, sollecitando comunque “ […] un intervento deciso del Sindaco al fine di addivenire ad una soluzione concordata con l’impresa senza aspettare i lunghi tempi della giustizia che potrebbero vanificare un possibile esito positivo della vicenda”. Secondo Giulianelli, infatti, i tempi biblici della giustizia mal si concilierebbero con la necessità assoluta ed improrogabile di porre immediatamente fine alla distruzione indiscriminata della Val di Farma.

 

La risposta di Marras. Il Sindaco aprì le danze sul caolino con un inatteso colpo di scena, affermando, secondo la trascrizione del verbale della seduta, che “ […] è stato un fenomeno diffuso quello di aver rinnovato le concessioni il giorno prima che entrasse in vigore la normativa sulla V.I.A.”: dunque fu tutto normalissimo, nessuna anomalia, nessuna strana coincidenza, ma soltanto un fenomeno verificatosi contemporaneamente su tutto il territorio regionale. Marras, non rendendosi conto dell’estrema gravità delle sue parole, trascurò di rammentare la famigerata nota esplicativa, inviata a suo tempo al Corpo delle miniere, per limitarsi ad assolvere il Comune, poiché esso “ […] per quanto di sua competenza ha fatto degli esposti all’Autorità giudiziaria”. Marras riaffermò poi la convinzione collettiva che si dovesse pervenire ad una V.I.A., ma dichiarò impossibile qualsiasi accordo con l’impresa, giacché essa non era disposta ad accettare la necessità di tale procedimento. Marras non intravedeva pertanto altra soluzione se non quella giudiziaria.

 

Parzialmente soddisfatti. Giulianelli approfittò della propria breve dichiarazione di voto per esprimere apprezzamento per “ […] la disponibilità del Sindaco a discutere sui temi concreti”, così tanto contrastante con l’approccio improprio ed antipolitico dimostrato dai DS appena qualche mese prima; le divergenze tra maggioranza e minoranza restavano comunque tutte sul tappeto ed avrebbero indubbiamente meritato ulteriori approfondimenti nel futuro.

 

Il lavoro dei luminari. Nell’Agosto 2007 il Sindaco Marras presentò dinanzi alla stampa il risultato di un lungo studio sui danni ambientali nella Val di Farma, coordinato dal Professor Silvano Focardi, Rettore dell’Università degli Studi di Siena, con l’ausilio di luminari di rilievo nazionale quali il Professor Gianpaolo Salmoiraghi ed il Professor Eros Aiello. I minuziosi studi permisero di evidenziare come il Riguardo ed il Farma, per una lunghezza complessiva eccedente i 5 km, “ […] sono stati alterati per il depauperamento della varietà complessiva di invertebrati bentonici, che ha comportato l’alterazione dell’equilibrio trofico funzionale, la riduzione della biodiversità, il calo della densità e della biomassa, la diminuzione del cosiddetto ‘Indice Biologico Esteso’ e, infine, il peggioramento della classe di qualità”. Non solo: “ […] sono stati rilevati depositi di materiale fine e ammassi sabbiosi che hanno portato un disequilibrio a carico dello stato degli alvei e delle fasce riparie, con alterazione della funzionalità dei torrenti”, venendosi pertanto a determinare “ […] eventi di franosità o fenomeni cosiddetti di ruscellamento ed erosione diffusa, oltre ad esondazioni per sovralluvionamento”. La buona notizia era che, secondo gli esperti, si trattava di danni gravi ma per lo più reversibili nel lungo periodo. Gli scienziati dichiararono inoltre l’impossibilità di calcolare con esattezza l’ammontare reale del danno ecologico; tuttavia, inserendo un elemento di novità assoluta in materia, stimarono in € 2.855.000 il costo da sostenere per effettuare il ripristino ambientale. Sulla base di questi calcoli, il Sindaco Marras ritenne opportuno chiedere alla Società  di esporsi per la cifra stimata necessaria per il ripristino.

 

Le tre domande di Pisani. Successivamente alla Conferenza stampa di Grosseto, organizzata dal Sindaco Marras con il Professor Focardi, l’artista Renato Pisani, noto per le proprie battaglie ambientaliste e membro del Comitato Val di Farma, volle esternare le proprie perplessità, rivolgendo al Sindaco ed a tutti gli Enti competenti tre semplici domande, semplici ma allo stesso tempo molto argute e pungenti. In primis, Pisani domandava a Marras se “ […] non pensa che il risarcimento di danno ambientale presentato, in una sorta di saldo finale alla Società Caolino d’Italia, in mancanza di un divieto perentorio a continuare nell’escavazione, altro non sia che un pedaggio […] per procedere ancora ad inquinare”. In effetti, apparve sin da subito quanto meno singolare la stima del danno, giacché non è stimabile un danno in corso d’opera: una stima esatta sarebbe possibile ed auspicabile soltanto al momento in cui la fine delle escavazioni ponesse il termine definitivo al disastro ambientale. Pisani si spinse oltre, rivangando un passato molto recente, ovvero il 2 Gennaio 2006, data in cui Marras aveva presentato alla Società una richiesta di esborso molto superiore, stimando il danno ambientale in € 8.000.000, ben oltre il triplo di quanto adesso richiesto: nasceva dunque spontaneo il dubbio, alla base della seconda domanda, che gli € 5.145.000 di differenza fossero niente altro che “ […] un regalo scappatoia che l’amministrazione comunale di Roccastrada ha inteso offrire alla società medesima”. Infine, Renato Pisani chiese di sapere il motivo per cui, dopo tutti questi anni di battaglie contro i mulini a vento, “ […] le amministrazioni pubbliche interessate al problema non si prendono la responsabilità politica civile di mettere fine alla lenta ma inesorabile morte del fiume Farma”. Secondo l’artista rocchigiano era giunta irrevocabilmente l’ora delle “ […] scelte chiare, interventi coraggiosi e risposte puntuali”.

 

Il silenzio di Marras. Non ci risulta che le tre domande di Pisani abbiano avuto una pronta risposta; del resto, era pienamente nello stile di Marras l’indifferenza cronica se non addirittura l’insofferenza nei confronti dei dissidenti.